Mohenjo-daro e la civiltà della Valle dell'Indo
Mohenjo-daro — "il tumulo dei morti" in sindhi — si trova nel Pakistan meridionale, nella provincia del Sindh, sulle rive dell'Indo. Fu la città più grande della civiltà della Valle dell'Indo (o civiltà Harappana) al suo apice, tra il 2600 e il 1900 a.C. circa, e probabilmente ospitò tra 40.000 e 80.000 abitanti. Scoperta nel 1920 dall'archaeologo indiano Rakhaldas Bandyopadhyay e scavata sistematicamente da John Marshall e Ernest Mackay tra gli anni Venti e Trenta, Mohenjo-daro è oggi patrimonio UNESCO (1980).
La civiltà della Valle dell'Indo è considerata la più estesa civiltà del mondo antico — più grande dell'antico Egitto e della Mesopotamia sommati, con siti che si distribuivano su circa 1,5 milioni di km² dall'Afghanistan all'India occidentale. Eppure rimane la meno compresa delle tre grandi civiltà del periodo perché la sua scrittura non è stata decifrata, non sono state trovate iscrizioni bilingui, e i testi storiografici vicino-orientali la menzionano solo indirettamente come "Meluhha".
La pianificazione urbana: un unicum nel mondo antico
La caratteristica più sorprendente di Mohenjo-daro è la sua pianificazione sistematica, che non ha paralleli nel mondo antico del III millennio a.C. La città è divisa in due aree principali: la Cittadella (Stupa Mound), su una piattaforma rialzata artificialmente di circa 6-7 metri, che ospitava le strutture pubbliche principali; e la Città Bassa, con strade disposte su una griglia ortogonale con orientamento nord-sud e est-ovest. Le strade principali erano larghe fino a 10 metri — sufficienti per il passaggio di carri — e si intersecavano ad angolo retto.
Le abitazioni erano costruite in mattoni cotti standardizzati: il rapporto dimensionale 1:2:4 era uniforme non solo a Mohenjo-daro ma in tutta la regione harappana, da Harappa nel Punjab alle città costiere del Gujarat. Questa standardizzazione — impossibile senza un sistema di misure condiviso — indica un grado di coordinamento interregionale notevole. Molte abitazioni avevano cortili interni, bagni privati con pareti impermeabilizzate e latrine collegate a fognature sotterranee che correvano lungo le strade principali.
Il sistema di fognature di Mohenjo-daro è tra i più elaborati del mondo antico: cunette di scarico rivestite di mattoni coperti da lastre convogliavano i rifiuti verso canali di drenaggio ai margini della città. I canali erano accessibili attraverso sportelli di ispezione che permettevano la manutenzione. Circa 700 pozzi pubblici, distribuiti in tutta l'area urbana a distanze regolari, garantivano l'accesso all'acqua. L'ingegneria sanitaria di Mohenjo-daro non sarà eguagliata in Europa fino all'epoca romana, quasi duemila anni dopo.
Il Grande Bagno
La struttura più famosa della Cittadella è il Grande Bagno: una vasca rettangolare di circa 12 x 7 metri e profonda circa 2,4 metri, costruita in mattoni, impermeabilizzata con un doppio strato di bitume, accessibile da scale su due lati corti e circondata da ambienti con nicchie che potevano servire come spogliatoi. Il sistema di riempimento e svuotamento della vasca era collegato alle fognature urbane.
La funzione è discussa: la maggior parte degli studiosi la interpreta come struttura per riti di purificazione religiosa, anticipando le pratiche di balneazione rituale (snana) ancora centrali nell'induismo. La posizione sulla Cittadella, accanto ad altre strutture pubbliche monumentali, suggerisce un uso cerimoniale piuttosto che igienico nel senso moderno. Non esiste una struttura analoga in nessun'altra civiltà del III millennio a.C.
Le altre strutture della Cittadella includono un grande edificio spesso interpretato come "Granaio" (probabilmente un magazzino statale per grano o altri beni), una "Sala delle Assemblee" con pilastri (la sua funzione è incerta), e residenze di grandi dimensioni che potrebbero essere state sedi di autorità amministrativa o religiosa. L'assenza di strutture chiaramente identificabili come palazzi reali o templi dedicati a divinità specifiche è uno dei tratti più enigmatici della civiltà harappana.
La scrittura Indus: un enigma irrisolto
La civiltà della Valle dell'Indo ha lasciato migliaia di sigilli in steatite incisi con iscrizioni e figure animali. Il toro unicorno — un bovino di profilo con un singolo corno — è il motivo più comune, spesso associato a un oggetto davanti al muso che potrebbe essere un'offerta o uno strumento rituale. Cervi, elefanti, rinoceronti, bufali e figure composite compaiono su altri sigilli; alcune figure mostrane semidivinità sedute in posizioni simili alla meditazione yoga.
I segni di scrittura — oltre 400 simboli identificati, di cui solo circa 40-50 ricorrenti frequentemente — non sono stati decifrati nonostante decenni di tentativi da parte di linguisti, crittografi e studiosi. Il dibattito fondamentale è se la scrittura Indus rappresenti una lingua (sistema fonetico o logofonetico) o un sistema di ideogrammi non linguistici. La posizione più diffusa tra gli specialisti è che si tratti di una scrittura logo-sillabica che trascrive una lingua, ma quale lingua rimane sconosciuto.
Le iscrizioni sono generalmente brevi — la maggior parte dei sigilli ha 5 o meno segni — il che le rende difficili da analizzare senza testi più lunghi. Non sono state trovate stele bilingui analoghe alla Stele di Rosetta o all'iscrizione di Behistun. Senza nuovi ritrovamenti con testi più estesi o iscrizioni bilingui, la decifrazione completa sembra improbabile.
Il commercio interregionale
Mohenjo-daro era un nodo commerciale di prima importanza. I sigilli harappani — probabilmente usati per sigillare merci in transito — sono stati trovati a Ur in Mesopotamia (datati al 2300 a.C.), a Dilmun (l'odierno Bahrain) e a Failaka (Kuwait). Testi cuneiformi sumerici del III millennio a.C. menzionano "Meluhha" come una terra lontana da cui arrivavano legno di teak, oro, pietre preziose, avorio e animali esotici: la corrispondenza geografica con la civiltà harappana è oggi quasi unanimemente accettata.
Il rame proveniente dall'Oman e dal Rajasthan, il lapislazzuli dall'Afghanistan, l'oro dal Rajasthan e dall'India meridionale, la corniola lavorata nei laboratori di Lothal in Gujarat: le materie prime e i manufatti trovati a Mohenjo-daro documentano un sistema di scambio che copriva migliaia di chilometri. L'enorme rete commerciale harappana era probabilmente coordinata attraverso i sigilli e le iscrizioni, che potrebbero aver avuto una funzione simile alle lettere di cambio medievali.
Il collasso della civiltà harappana
La civiltà della Valle dell'Indo declinò rapidamente tra il 1900 e il 1700 a.C. in uno dei collassi più rapidi e misteriosi della storia antica. Le cause sono ancora discusse e probabilmente multiple. Le ipotesi includono cambiamenti climatici e riduzione delle precipitazioni (supportata da analisi dei sedimenti lacustri del subcontinente), spostamento verso est del sistema monsonico, modifiche nel corso dei fiumi (la presunta scomparsa del fiume Ghaggar-Hakra, possibilmente identificabile con il leggendario Sarasvati vedico), malattie epidemiche connesse all'alta densità urbana, e trasformazioni nelle rotte commerciali.
Le analisi recenti del DNA antico hanno complicato ma non risolto il dibattito: mostrano una continuità genetica tra le popolazioni harappane e le popolazioni successive del subcontinente indiano, escludendo una "invasione" demografica massiccia dall'Asia centrale nel momento del collasso. Questo suggerisce che la migrazione delle popolazioni parlanti lingue indo-arie, documentata nel DNA delle popolazioni moderne, avvenne dopo il collasso harappano o in modo graduale su periodi lunghi, e non causò il collasso ma ne seguì.
Negli ultimi decenni del sito, le case di Mohenjo-daro mostrano segni di degrado qualitativo: mattoni non standardizzati, fognature non più mantenute, spazi abitativi suddivisi in unità più piccole. Una transizione da una società altamente organizzata a una progressivamente frammentata.
Conservazione in crisi
Mohenjo-daro è aperta ai visitatori ma è in grave rischio strutturale. La falda acquifera alta nel piano alluvionale dell'Indo causa salinizzazione capillare nei mattoni: il sale che cristallizza all'interno disgrega il materiale dall'interno. Le inondazioni periodiche dell'Indo erodono i margini del sito. L'urbanizzazione e l'agricoltura nelle vicinanze abbassano la falda in modo irregolare, accelerando i cicli di inumidimento e asciugatura dei mattoni.
UNESCO e il governo pakistano hanno condotto vari programmi di consolidamento e drenaggio, ma la scala del problema e le limitazioni di bilancio rendono la conservazione a lungo termine incerta. Alcune strutture degli scavi dei decenni Venti-Trenta, esposte all'aria libera per quasi un secolo, mostrano un deterioramento significativo rispetto alle fotografie originali.
La stagione ottimale per la visita è tra novembre e febbraio; i mesi estivi con temperatura superiore a 45°C e le inondazioni periodiche rendono l'accesso difficoltoso. Il Museo Nazionale del Pakistan a Karachi e il Museo di Lahore conservano le principali collezioni di sigilli e oggetti harappani.
Esplora sulla mappa
Mohenjo-daro e gli altri siti principali della civiltà harappana — Harappa, Dholavira, Rakhigarhi, Lothal, Ganweriwala — sono visibili sulla mappa.